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La Storia di Telebiella

Se oggi esistono televisioni alternative; se sentenze fondamentali della magistratura hanno scosso il monopolio, fino a ieri indiscusso, del video di Stato, una parte di merito va anche all'ostinata battaglia che Telebiella, spesso isolata e contro tutti, ha combattuto in nome di una libertà d'immagine per troppo tempo ignorata e osteggiata.

L'impegno di minoranze, in Italia molte volte ha segnato una presa di coscienza di problemi generali, ed è stato l'inizio di campagne in difesa dei diritti civili. Sono serviti e servono anche i digiuni, i sit-in, e i cortei di sparuti gruppi che gridano slogan e agitano cartelli. Telebiella è scesa in piazza, ma attraverso il piccolo schermo prima, e le aule giudiziarie più tardi, è stata uno stimolo costante, che ha consentito di aprire una breccia nel feudo di viale Mazzini. È una storia di pionierismo e di attese, di speranze e di inganni, di ultimatum e di ricorsi.

Comincia alla fine del I972, a Biella, in un modesto appartamento al pianterreno. Alcuni giovani decidono di mettere su una televisione via cavo. Danno fondo a qualche risparmio, si autotassano, magari a costo di litigare con le mogli. Ci sono improvvisazione, fascino dell'avventura, ma soprattutto emozione di essere protagonisti di una vicenda che non ha precedenti.

Viene collegato qualche condominio, l'emittente si chiama Telebiella, e ne è direttore Giuseppe Sacchi. Tentativi, esperimenti, sul ventiquattro pollici compare il monoscopio. Telebiella muove i primi, timidi, passi. I programmi sono varati com'è possibile, e con i mezzi di cui si dispone. Le idee e la volontà non mancano. Si fa parlare la gente, le cineprese scendono in strada, la porta dello studio è aperta a tutti.

Notiziari, avvenimenti sportivi, inchieste graffianti, denunce: i palazzoni sorti nell'area dell'ex maglificio Boglietti, che soffocano il centro storico del Piazzo; gli argini mai costruiti e contabilizzati dopo la tragica alluvione; le isole pedonali; il nodo della riqualificazione della manodopera, in vista dell'insediamento della Lancia. Telebiella scava tra le pieghe della città, è seguita, diventa una voce di popolo perchè è una Tv paesana.

Ma subito si presentano gli ostacoli. Un privato denuncia Sacchi perchè Telebiella non ha l'autorizzazione del ministero ai sensi dell'articolo 178 del codice postale . Il pretore, Giuliano Grizi lo assolve: il fatto non costituisce reato. La sentenza ha una motivazione interessante. Se ragioni tecniche possono imporre un monopolio per la televisione effettuata mediante radioonde in considerazione del numero limitato dei canali, queste ragioni non sembra debbano davvero sussistere per la televisione via cavo... Il giorno stesso in cui è pronunciata la sentenza, a Sacchi è notificata un'altra denuncia. Questa volta, da parte del Ministero delle Poste, sempre in base all'articolo 178.

Il cavo diventa una febbre. Spuntano emittenti al Nord, al Sud, in Sicilia, in Sardegna. Nascono le prime associazioni. Telebiella dà prestigio ed esperienza alla Rete A21 . A Venezia in Palazzo Sceriman, diciassette stazioni si uniscono in federazione. Affiora qualche contrasto di impostazione. Telebiella, da alcuni, è accusata di individualismo, mentre quelli di palazzo Sceriman puntano a un discorso politico, che coinvolga gli enti locali. Ma dietro la porta c'è il monopolio, ci sono Bernabei e il Ministro delle Poste Gioia, che serrano le fila, consapevoli che le Tv-cavo possono rappresentare il principio della fine di un potere assoluto.

Dopo i silenzi, le intimazioni e le minacce, il 29 marzo del '73, il colpo di mano. Con segretezza carbonara e con rapidità stupefacente, Gioia fa approvare un decreto di cui non tutti i ministri sono al corrente, e che non tutti i leaders dei partiti che esprimono la maggioranza di governo conoscono. È il nuovo codice postale, che stabilisce sanzioni durissime contro le televisioni libere. Chiunque esercita un impianto di telecomunicazioni senza prima avere ottenuto la relativa concessione o l'autorizzazione è punito con l'arresto da tre a sei mesi. Parlare di concessione o di autorizzazione è un inganno, perchè è impossibile ottenere sia l'una sia l'altra. È un eccesso di potere da parte del governo. Il parlamento, nel 1968, aveva dato all'esecutivo la delega per riordinare tutte le norme che si erano succedute, in materia postale, dal 1936 in poi. La delega non prevedeva la regolamentazione della Tv via cavo.

Il nuovo codice postale è un atto di forza da parte di un governo in agonia. Scoppiano le polemiche in Parlamento e fra i partiti della maggioranza, i Repubblicani chiedono le dimissioni di Gioia, la DC è alle corde e cerca inutilmente di prendere tempo, per superare lo scoglio del congresso nazionale dello scudo crociato. Le Tv alternative sono fuori legge, e a nulla valgono la pressione dell'opinione pubblica e le prese di posizione di alcuni organi di Stampa.

Devono chiudere, altrimenti lo farà l'Escopost. Telebiella non si arrende; il pretore Grizi solleva eccezione d'incostituzionalità e investe della decisione i giudici di Palazzo della Consulta. L'emittente continua a funzionare e lancia una sfida impossibile. Va avanti giorno dopo giorno, e rifiuta un destino che è ormai segnato. L'ultimatum del Ministero scade il 25 maggio e saluta l'ingresso nell'illegalità con una trasmissione che dura cinque ore. Lo studio è affollato. S'intervistano i giornalisti, personaggi politici locali, gente della strada. Si raccolgono le opinioni di tutti, e tutti sono liberi di dire quello che pensano, senza tagli e senza censure. Sacchi commenta amareggiato: "Siamo pirati, banditi, perchè abbiamo il torto di amare la verità. Purtroppo, la nostra è una democrazia in cui molti sono costretti a dire ciò che fa piacere a pochi". Si attende che, da un momento all'altro, quelli dell'Escopost bussino alla porta, ma quella sera nessuno si presenta. Trascorrono altri sei giorni; poi, il primo giugno, di mattina, la fine. A Telebiella vengono recisi i cavi, gli impianti sigillati. Sul Corriere della Sera, il giurista Paolo Barile commenta: "Quel che resta è il fatto, assai grave, di uno straripamento del potere politico ed economico in uno dei gangli più preziosi della vita democratica nazionale: quello dell'informazione, che è allo stesso tempo un diritto fondamentale del cittadino che vuole dare l'informazione, e un diritto fondamentale di colui che vuole riceverla".

Sulle Tv libere cala il sipario nero. L'avventura si conclude per tutte, ma non per Telebiella che continua a battersi nelle aule giudiziarie. La vicenda travalica i confini nazionali e investe gli organi della giustizia dell'Europa comunitaria. Il tribunale di Biella trasmette gli atti di un ennesimo processo a carico di Giuseppe Sacchi alla Corte di giustizia della CEE, perchè dica se il monopolio della Rai-Tv in Italia è compatibile con il Trattato di Roma.

Più tardi, Telebiella si rivolge alla Commissione europea dei diritti dell'uomo, invocando protezione da una convenzione che, ratificata dall'Italia nel 1955, il nostro Paese ha ignorato per diciotto anni. Si appella al principio sancito nell'art. 10, che riconosce il pieno diritto di comunicare informazioni e idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche, e senza considerazione di frontiera.

Nel luglio del '74, la sentenza che molti definiscono storica. La Corte costituzionale liberalizza la Tv-cavo e muove pesanti critiche al monopolio di Stato. Un quotidiano di Torino titola su cinque colonne: "Telebiella ha vinto la battaglia". Ma in quelli di Telebiella non ci sono trionfalismi, né esaltazione, né spirito revanscista. Affiorano cedimenti, e un presentimento del domani. "Dopo ogni guerra si contano i morti - dice Sacchi - e per noi le perdite sono state gravi. Telebiella non tornerà ad essere quella che era. È morta, definitivamente morta, quel giorno di giugno".

L'emittente riprende a funzionare, le immagini ritornano sul piccolo schermo. Ma non c'è più entusiasmo, le esperienze di due anni hanno lasciato un segno profondo. Comincia il declino, i costi di gestione sono troppo alti, la società che assicurava il budget pubblicitario non rinnova il contratto. Risentimento, attriti, dichiarazioni amare. Ma la lotta al monopolio ha aperto una breccia.

E un'altra conquista verrà due anni più tardi, quando la Corte costituzionale riconoscerà che anche le televisioni libere via etere hanno il diritto di esistere.

Fabio Felicetti

1976

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